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I rischi per l’Europa e il monito di Draghi

Nei giorni scorsi Mario Draghi è intervenuto al Parlamento europeo con un discorso che ha avuto ampia eco sulla stampa internazionale. Il punto di vista di Settimo Cerniglia

Per troppo tempo Bruxelles ha vissuto nell’illusione di un equilibrio stabile: mercato unico, protezione americana, un ruolo centrale nelle regole della globalizzazione. Tutto questo non esiste più. Washington pensa a sé stessa. Pechino espande il suo dominio industriale e tecnologico. Draghi non ha fatto sconti. Al Parlamento Europeo ha parlato di immobilismo, di ritardi, di divisioni interne. Ha ricordato che il suo Rapporto sulla competitività europea, presentato cinque mesi fa, è stato accolto con interesse ma senza azioni concrete. Nel frattempo, gli altri corrono. Gli Stati Uniti investono miliardi nell’intelligenza artificiale. La Cina avanza nella corsa tecnologica e rafforza la sua autonomia energetica. L’Europa? L’Europa discute. Per oltre settant’anni, l’Europa ha prosperato sotto l’ombrello della sicurezza americana. La NATO è stata il pilastro della stabilità continentale e la garanzia di un ordine basato sulla deterrenza strategica. Tuttavia, la priorità geopolitica degli Stati Uniti si è ormai spostata dall’Atlantico al Pacifico. Washington ha un nuovo obiettivo primario: contenere l’ascesa della Cina. Il suo impegno in Europa sta diventando sempre più subordinato a questa strategia globale. La guerra in Ucraina ha dimostrato la volontà americana di sostenere i propri alleati, ma ha anche rivelato i limiti della dipendenza europea. Se gli Stati Uniti decidessero di ridurre il loro coinvolgimento, l’Europa si troverebbe esposta a rischi che non è attrezzata a gestire autonomamente. L’assenza di una difesa comune, la frammentazione industriale e la mancanza di un’unica strategia geopolitica rendono l’UE vulnerabile. Le decisioni militari ed economiche dipendono ancora troppo dagli equilibri interni dei singoli Stati membri, impedendo una risposta coordinata alle crisi globali. Il mondo sta attraversando una trasformazione radicale, trainata dall’intelligenza artificiale, dai semiconduttori avanzati e dalle tecnologie quantistiche. Questa rivoluzione ridefinirà l’ordine globale e deciderà quali nazioni domineranno il XXI secolo. Gli Stati Uniti e la Cina sono i principali attori di questa nuova corsa tecnologica, mentre l’Europa resta ai margini. Come ha sottolineato Draghi, otto dei dieci modelli di intelligenza artificiale più avanzati sono americani, mentre gli altri due sono cinesi. Nessuno europeo. Questa situazione non è frutto del caso, ma di una differenza strutturale: gli Stati Uniti investono in innovazione con un ecosistema che lega università, aziende e settore pubblico. La Cina ha una strategia di stato, con enormi sussidi governativi alle imprese tecnologiche. L’Europa, invece, è intrappolata in un sistema burocratico che rallenta la crescita e frena la competitività. Le imprese europee sono spesso costrette a rispettare normative più rigide rispetto ai concorrenti globali. Questo crea un paradosso: mentre l’UE eccelle nella regolamentazione, gli altri dominano l’innovazione. Senza una radicale inversione di tendenza, l’Europa rischia di diventare un mercato di consumo per tecnologie sviluppate altrove, senza alcuna capacità di definire gli standard globali.

La crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina ha reso evidente quanto l’Europa fosse impreparata a garantire la propria sicurezza energetica. Per decenni, il continente ha costruito un’economia dipendente dal gas russo, senza un piano alternativo solido. L’interruzione delle forniture ha costretto i governi europei a cercare soluzioni di emergenza, spesso inefficaci. L’energia, che un tempo era considerata un elemento secondario nelle strategie geopolitiche, è ora al centro delle decisioni di politica estera.

Nel frattempo, la Cina sta consolidando il suo dominio sulle materie prime necessarie alla transizione energetica. Il controllo delle terre rare, del litio e del cobalto garantisce a Pechino un vantaggio competitivo in settori chiave come le batterie, l’elettronica e i veicoli elettrici. Gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro produzione interna, riducendo la dipendenza da fornitori esteri. L’Europa, invece, è ancora alla ricerca di una strategia chiara. La diversificazione delle forniture energetiche è un passo nella giusta direzione, ma non basta. Senza investimenti massicci nelle rinnovabili, nel nucleare di nuova generazione e nell’idrogeno verde, il continente rimarrà vulnerabile agli shock esterni. La globalizzazione, che per decenni è stata il motore della crescita europea, sta subendo una trasformazione radicale. Gli Stati Uniti stanno adottando politiche protezionistiche sempre più marcate, come l’Inflation Reduction Act, che offre incentivi miliardari alle aziende americane. La Cina, da parte sua, utilizza un modello di economia di stato per supportare le proprie industrie strategiche. Le aziende cinesi beneficiano di sussidi governativi e di un accesso privilegiato alle risorse critiche. L’Europa, invece, si trova in una posizione ambigua. Da un lato, difende il libero mercato e si oppone al protezionismo, dall’altro rischia di subire le conseguenze delle politiche industriali aggressive di USA e Cina. Draghi lancia un messaggio chiaro: solo un’Europa più integrata può sopravvivere in un mondo dominato da grandi blocchi geopolitici.

La realtà, però, è più complessa. L’idea di un’unione più stretta incontra resistenze politiche significative all’interno degli Stati membri. Molti governi nazionali vedono con diffidenza una maggiore centralizzazione del potere a Bruxelles. La sfida per l’Europa è quindi duplice: superare la frammentazione interna, creando strumenti decisionali più rapidi ed efficaci, e adottare una strategia globale chiara, per evitare di essere schiacciata tra Stati Uniti e Cina. La storia dimostra che le potenze che non riescono a definire la propria traiettoria finiscono per essere definite dagli altri. L’Europa ha ancora la possibilità di plasmare il proprio destino, ma il tempo stringe. La competizione globale non aspetta chi esita.

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