L’impatto dei cambiamenti climatici sulla Sicurezza Alimentare
L’analisi è stata pubblicata nel Quaderno di Med-Or “Cambiamenti climatici e sicurezza: una sfida globale”

Lasciando da parte la discussione tra geologi, non tutti d’accordo sul fatto che quello che ormai conosciamo come Antropocene sia un’era geologica o una semplice epoca storica, ci sembra che non si possa negare che il termine “rimarrà un inestimabile descrittore dell’impatto umano sul sistema Terra”. L’Enciclopedia Treccani definisce l’Antropocene come l’epoca attuale “in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2e di metano nell’atmosfera”.
Viviamo dunque in un’epoca, geologica o meno che sia, che potremmo definire “nostra”, plasmata dall’intervento umano. Potrebbe essere motivo d’orgoglio, ma, purtroppo, sulla base delle evidenze scientifiche, la nostra azione sul pianeta ha causato e continua a causare non pochi danni alla Terra su cui viviamo e su cui speriamo possano vivere molte altre generazioni dopo di noi. I danni più evidenti, anche solo perché immediatamente percepibili, sono i cambiamenti climatici: aumento delle temperature e dell’umidità, variazioni dei regimi pluviometrici, siccità, eventi climatici estremi, scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, innalzamento del livello del mare, incendi spontanei. Anche nei paesi industrializzati, ultimamente, Italia compresa, si sono verificate alluvioni mai registrate in passato, mentre il prosciugamento di fiumi e l’assenza di pioggia in alcune regioni hanno causato carenza d’acqua per uso agricolo e personale. Problemi che credevamo limitati ai paesi del cosiddetto Sud del Mondo stanno diventando sempre più anche nostri.
I cambiamenti climatici, ci dicono gli scienziati ormai da decenni, hanno già un forte impatto negativo su numerosi aspetti della nostra vita tra cui, probabilmente, il più allarmante è quello sulla sicurezza alimentare
Secondo la FAO, “Si può parlare di sicurezza alimentare quando tutti, sempre, hanno accesso fisico ed economico a cibo sufficiente, sicuro e nutriente che risponde alle necessità dietetiche e alle preferenze alimentari così da poter avere una vita attiva e sana”. Si è ben lontani, tuttavia, dalla conquista di tale sicurezza. In base ai dati forniti dal World Food Programme delle Nazioni Unite, attualmente 309 milioni di persone soffrono di fame acuta. La seconda causa di tale situazione, dopo i conflitti, sono i cambiamenti climatici.
I cambiamenti climatici aumentano e intensificano i rischi per la sicurezza alimentare dei paesi e delle popolazioni più vulnerabili. Il Panel intergovernativo sui Cambiamenti climatici (Intergovernmental Panel on Climate change - IPCC) individua 3 rischi derivanti dai cambiamenti climatici che hanno conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare: 1) perdita dei mezzi di sostentamento per i piccoli agricoltori e allevatori; 2) perdita degli ecosistemi marini e costieri e dei redditi familiari da essi derivanti; 3) perdita degli ecosistemi acquatici interni (laghi, fiumi, torrenti ecc.) e di superficie e i redditi familiari da essi derivanti. Gli effetti negativi dell’aumento delle temperature, dei gas serra, della siccità e delle alluvioni sui raccolti sono ben noti. Ma oltre alla completa distruzione dei prodotti agricoli, i cambiamenti cimatici causano una serie di effetti collaterali che non sempre sono noti ai non esperti. A causa di essi, può variare la qualità nutrizionale dei raccolti destinati al consumo umano. Allo stesso tempo, la sensibilità ai fattori climatici di germi, microrganismi produttori di tossine e parassiti può influire sull’intensità di malattie causate dall’alimentazione.
Anche l’allevamento subisce gli effetti del clima, sia direttamente, sia indirettamente. Il clima, infatti, oltre ad influire sulla disponibilità di foraggio o di cereali destinati all’alimentazione animale, ha un impatto notevole sulla produttività e sulla salute del bestiame. In vari paesi dell’Africa sub-sahariana, per esempio, durante periodi di grave siccità negli anni passati il numero degli animali è diminuito dal 20 al 60%. In Sud Africa, la produzione di latte può scendere dal 10% al 25%. Inoltre, il cambiamento delle condizioni climatiche può favorire l’insediamento di specie aliene invasive, che possono essere dannose per le piante e per gli animali.
I cambiamenti climatici inoltre possono avere effetti molto gravi sulla salute umana, incidendo sulla malnutrizione dei bambini e sulla la mortalità infantile, causando morbilità e mortalità collegate alla dieta, nonché arresto della crescita, spesso associata al basso peso del bambino alla nascita. Un esempio di quanto detto può essere quanto accaduto in Pakistan, colpito, nell’agosto 2022, da una grave alluvione che ha sommerso un terzo del paese. Sono rimaste coinvolte 33 milioni di persone, di cui la metà bambini e i danni all’agricoltura e all’allevamento sono stati devastanti. L’anno dopo, il tasso di bambini malnutriti era aumentato del 50% e circa il 44% di quelli che oggi hanno 5 anni hanno avuto un arresto nella crescita e hanno un peso minore di quello adeguato alla loro età.
Il paradosso è che “l’agricoltura, l’allevamento e l’intera filiera alimentare sono tra le cause primarie del cambiamento climatico, il quale, a sua volta colpisce in modo particolarmente grave i sistemi alimentari, costituendo uno dei fattori principali dell’aumento della fame nel mondo negli ultimi anni”. L’agricoltura intensiva produce un quinto (21%) delle emissioni di gas serra, per non parlare dei danni prodotti dai pesticidi, mentre l’allevamento intensivo ne produce il 14,5%. Le conseguenze di questo tipo di coltivazioni e di allevamento ricadono poi in maniera massiccia sui piccoli agricoltori e allevatori che da raccolto, carne e latte derivano il proprio sostentamento.
La variabilità climatica ha effetti negativi anche sulle foreste, che fanno fatica a produrre e a svolgere le funzioni pro-ambiente da cui dipende il sostentamento di circa un milione e mezzo di persone. I cambiamenti climatici, infatti, oltre a far diminuire la produttività, provocano il deperimento degli alberi a causa della siccità e dello stress termico, della violenza del vento e dell’erosione dovuta all’acqua, degli incendi spontanei, dei parassiti, delle frane, delle inondazioni, dell’intrusione di acqua salata e dell’innalzamento dei livelli marini. Tutto questo può mettere a rischio il contributo delle foreste alla resilienza dei sistemi agricoli, per esempio non riuscendo più a fornire l’habitat adatto
per importanti specie di insetti impollinatori. Inoltre, la deforestazione intensiva priva il terreno delle radici degli alberi che trattengono l’acqua in caso di precipitazioni abbondanti, causando inondazioni, frane e valanghe, eventi devastanti di cui siamo stati testimoni, di recente, in Europa e in Italia.
Tra gli alimenti che contribuiscono alla sicurezza alimentare non possiamo tralasciare i prodotti provenienti dal mare. I cambiamenti climatici hanno effetti deleteri sulla produzione ittica e sullo sviluppo dell’acquacultura in ambiente marino o d’acqua dolce. Le conseguenze negative sono il risultato del riscaldamento atmosferico che, a sua volta, determina il cambiamento della temperatura superficiale del mare e delle acque dolci interne e della circolazione degli oceani, insieme a mutamenti di tipo chimico come il grado di salinità, la concentrazione d’ossigeno e l’acidificazione, mentre lo sbiancamento delle barriere minaccia gli habitat di una su quattro specie marine. Varie specie di pesci, per esempio, stanno già migrando a latitudini più alte, causando la “tropicalizzazione” di sistemi marini di media alta latitudine. Si tratta di un fenomeno che, da qualche anno, osserviamo anche nel Mar Mediterraneo. Si prevede una redistribuzione su larga scala del potenziale di pesca, con una diminuzione del 40% ai tropici e un aumento dal 30 al 70% nelle regioni ad alte-latitudini.
Per fare il punto sulla interrelazione tra i fenomeni più rilevanti legati al cambiamento climatico e i rischi maggiori per la sicurezza alimentare, è opportuno analizzare nel dettaglio la già citata classificazione dell’IPCC, per poi provare a individuare alcune best pratices da adottare per mitigare i rischi. Riguardo il primo rischio individuato dal Panel intergovernativo, la perdita dei mezzi di sostentamento per i piccoli agricoltori, è opportuno prendere in esame il caso dell’Asia meridionale, una delle regioni più colpite. Il settore agricolo, da cui dipende una larga fetta della popolazione dell’area, è particolarmente vulnerabile: infatti, secondo le stime del International Food Policy Research Institute, una quota compresa tra il 10% e il 50% del totale dei raccolti prodotti
nella regione potrebbe essere perso a causa di eventi climatici estremi entro la fine del secolo. La regione ospita oltre un quarto della popolazione mondiale più a rischio di malnutrizione, un dato destinato ad aumentare vertiginosamente entro il 205053 (dagli attuali 2 miliardi a 2,7).
Per un’analisi più accurata, prenderemo come esempio il caso del Bangladesh, altamente rappresentativo delle dinamiche dell’intera area per via dell’elevata vulnerabilità ai fenomeni climatici e meteorologici, che stanno colpendo gli standard di vita della popolazione. Il paese ha una lunga storia di eventi climatici estremi quali cicloni, lunghi periodi di siccità e inondazioni, ma il rapido cambiamento delle condizioni ambientali in corso peggiora la frequenza e l’intensità di questi fenomeni. Di conseguenza, c’è un impatto negativo sulla produzione agricola locale, come sulla disponibilità di alimenti di base e l’aumento dei prezzi. Inoltre, i cambiamenti nei modelli di precipitazione, i monsoni irregolari e i periodi di siccità prolungata rendono più difficile per gli
agricoltori pianificare quando seminare.
Sebbene si trovi di fronte a sfide complesse, il Bangladesh ha già dimostrato di saper adattarsi ai cambiamenti e rendere resiliente la propria filiera agro-alimentare. Negli anni passati la superficie delle aree coltivate ha subito un incremento significativo54, come tra il 2017 e il 2018, e la maggior parte delle misure per favorire la food security nel paese sembra andare nella giusta direzione. La National Agricultural Policy del 1999 ha avuto un ruolo fondamentale nel rendere Dacca auto-sufficiente nella produzione agricola e nel migliorare considerevolmente la condizione nutrizionale della popolazione. Le politiche agricole hanno dato priorità alla sostenibilità dei raccolti, promuovendo pratiche come la diversificazione dei raccolti e la lotta integrata (pratica diffusa di protezione delle colture). Queste politiche riflettono i progressi significativi del Bangladesh nell’affrontare le sfide della sicurezza alimentare e della nutrizione. Tuttavia, l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari nel periodo 2007-2008 e, successivamente, tra il 2020 e il 2022 ha causato un forte incremento dei costi dei prodotti alimentari di base in Bangladesh, portando alla crescita del numero di famiglie che sono scese al di sotto della soglia di povertà.
Sembra quindi necessario che, per reagire e rendersi più resiliente agli shock di natura esogena, il paese adotti una serie di misure, tra tutti le cosiddette climate-smart agriculture, che includono una serie di azioni e tecniche di gestione sostenibile del territorio.
L’acquacoltura e le coltivazioni resistenti al sale, considerato l’alto rischio di inondazione delle coste del paese, saranno sempre più importanti per il mantenimento dei raccolti. Pratica, questa, che può essere supportata attraverso la ricerca e lo sviluppo mirati che comprendono le esigenze e le preferenze degli agricoltori. Nella regione costiera meridionale, spesso considerata una delle aree più vulnerabili del mondo, il governo e la comunità dei donatori hanno identificato il passaggio all’acquacoltura di gamberi come strategia di adattamento primaria, poiché i gamberi sono meglio adattati ai livelli di salinità crescenti nei fiumi causati dall’intrusione dell’acqua di mare.
Il secondo rischio per la sicurezza alimentare individuato dall’IPCC è la
perdita degli ecosistemi marini e costieri e dei redditi familiari da essi
derivanti.
I cambiamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi rappresentano minacce sempre più gravi alla sostenibilità della pesca di cattura e allo sviluppo dell’acquacoltura negli ambienti marini e d’acqua dolce. Gli impatti si verificano sia a causa del graduale riscaldamento atmosferico che per effetto dei cambiamenti fisici (temperatura della superficie del mare, circolazione oceanica, onde e sistemi di tempeste) e chimici (salinità, concentrazione di ossigeno e acidificazione) dell’ambiente acquatico. Eventi estremi come grandi onde oceaniche, temperature elevate e cicloni possono influire sulla capacità di ecosistemi, come le barriere coralline e le mangrovie, di fornire servizi essenziali per la sussistenza e la sicurezza alimentare.
I cambiamenti climatici e l’assorbimento di carbonio nei sistemi acquatici stanno già causando modifiche in questi ecosistemi, attraverso l’aumento delle temperature dell’acqua, una maggiore stratificazione termica, variazioni nella salinità e nei contenuti di acqua dolce, alterazioni delle concentrazioni di ossigeno e un incremento dell’acidificazione oceanica. I sistemi delle barriere coralline, che ospitano una specie marina su quattro, saranno a maggior rischio a causa della doppia pressione dell’aumento delle temperature e della crescente acidificazione.
Come detto, il riscaldamento delle acque oceaniche, dovuto all’aumento delle temperature globali, sta causando fenomeni sempre più frequenti di sbiancamento dei coralli. Questo fenomeno si verifica quando i coralli, stressati dal calore, espellono le alghe simbiotiche (zooxantelle) che forniscono loro nutrimento e colore, rendendoli più vulnerabili a malattie e morte. Le barriere coralline, ecosistemi estremamente complessi, occupano meno dell’1% del fondale oceanico e forniscono cibo e habitat per oltre un quarto degli esseri viventi sott’acqua.
Nel complesso, la sicurezza alimentare di più di 1 miliardo di persone dipende dallo stato di salute delle barriere coralline, che forniscono cibo alle comunità costiere e insulari. L’incremento della domanda di pesce fa sì che quasi il 90% delle specie ittiche sia sfruttato o sovrasfruttato. Gli “alimenti acquatici”, dalle specie di pesce a maggior apporto proteico e nutrizionale, alle alghe più facilmente accessibili, sono sempre più importanti fonti di micronutrienti, fondamentale per l’alimentazione della popolazione che vive entro 100 km dalle coste (considerata popolazione costiera), secondo i parametri di riferimento del Programma di protezione ambientale delle Nazioni Unite. Circa il 25% degli organismi marini conosciuti dipende dalle barriere coralline come habitat. Le barriere coralline sono le “nursery del mare”, aree di riproduzione per alcune delle specie di pesci di barriera più ambite al mondo, minacciate dagli effetti del cambiamento climatico, la pesca eccessiva, le pratiche di pesca distruttive e l’inquinamento. In più, la distruzione di queste specie acquatiche ha un notevole impatto finanziario per le economie locali: basti pensare che il danno economico per le popolazioni costiere arriva complessivamente fino a 375 miliardi di dollari all’anno. Le barriere coralline sostengono l’industria alimentare e quella turistica, oltre a proteggere le coste da inondazioni durante gli uragani.
Uno degli approcci più innovativi ed efficaci per preservare e ripristinare le barriere coralline danneggiate è stato adottato dall’Università Southern Cross in Australia e dall’ Istituto di Scienze Marine dell’Università delle Filippine; i due atenei stanno portando avanti un innovativo approccio al ripristino delle barriere coralline basato sulla riproduzione dei coralli. Questo metodo prevede la coltivazione di milioni di larve di corallo in laboratorio e in vasche galleggianti in mare aperto, per poi distribuirle sulle barriere coralline tramite grandi tende subacquee. L’iniziativa ha dimostrato una rapida ripresa delle popolazioni di corallo, la ricostituzione di popolazioni riproduttive e un aumento dell’abbondanza di pesci grazie agli interventi di ripristino delle larve di corallo. Il progetto ha suscitato interesse a livello globale e ha stimolato ulteriori iniziative di ricerca nelle Filippine e in Australia, incluse quelle per la Grande Barriera Corallina australiana. Canberra ha fornito ulteriore supporto per ampliare e potenziare il lavoro di ricerca nelle Filippine, coinvolgendo più stakeholder, in particolare le comunità locali, per sviluppare nuove strategie volte a garantire una gestione più sostenibile delle aree di barriera restaurate.
Il terzo rischio individuato dall’IPCC indica perdita degli ecosistemi acquatici interni (laghi, fiumi, torrenti ecc.) e di superficie.
Lo stesso Panel intergovernativo riporta che, in via generale, i periodi di secca sono il fenomeno più dannoso per i raccolti, mentre le alluvioni hanno impatto più limitato, vista l’elevata capacità di recupero delle colture. Sul piano globale, i fenomeni di siccità hanno colpito sia le aree coltivate che i raccolti, con una perdita di produzione cerealicola stimata tra il 9% e il 10% a causa di eventi meteorologici estremi tra il 1983 e il 2007 e un danno economico di oltre 166 miliardi di dollari. I raccolti delle principali colture nelle regioni semiaride, tra cui il Mediterraneo, l’Africa sub-sahariana, l’Asia meridionale e l’Australia, sono influenzati negativamente dalla diminuzione delle precipitazioni in assenza di irrigazione. In particolare, i cambiamenti di precipitazioni e temperatura hanno progressivamente ridotto i rendimenti medi globali di mais, grano e soia rispettivamente del 4,1%, 1,8% e 4,5%. Una proposta interessante per far fronte al deterioramento degli ecosistemi acquatici è quella di IBM60, che si concentra su due best pratices da adottare.
Eliminazione degli sprechi attraverso le informazioni raccolte dai sistemi di Internet of Things (IoT), che attraverso sensori, sistemi di controllo e acquisizione di dati, applicano l’intelligenza artificiale per rilevare anomalie nelle tubature o nelle pompe. Proteggere le acque con l’utilizzo di modelli informatici predittivi per creare un’immagine dettagliata, in tempo reale e continua, della qualità e del movimento dell’acqua. All’emergere di un problema di salute e sicurezza pubblica, che può rendere l’acqua non potabile per umani e animali, questo progetto ci aiuta a comprenderne la causa.
Per mitigare i rischi descritti dall’IPCC sono necessarie le migliori iniziative e attività di cooperazione di governi, aziende e organizzazioni internazionali, con l’imprescindibile supporto degli strumenti tecnologici. Un’opportunità è rappresentata dalla crescente necessità di questi soggetti di raccogliere e utilizzare quotidianamente dati di qualità che, nonostante le grandi difficoltà nel limitare gli eventi legati al cambiamento climatico, possono supportare questa sfida.